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“Titoli di coda”: intervista ad Alberto Spiazzi, costumista

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“Titoli di coda” ospita questa settimana Alberto Spiazzi, costumista di fama internazionale e persona di straordinaria sensibilità…\r\n\r\nPotresti spiegarci in cosa consiste il tuo lavoro e quali sono le qualità di un bravo costumista? Il mio è il lavoro del costumista cioè quella persona che si occupa – una volta interpellato – di tutto ciò che riguarda l’abbigliamento e l’accessoreria di un personaggio teatrale o cinematografico, di un gruppo (coro o comparse), della visione generale di un film o di uno spettacolo (teatrale o operistico) dal punto di vista dell’abbigliamento e del look. L’abbigliamento può essere contemporaneo ai giorni nostri e in tal caso viene denominato “moderno” oppure essere retrodatato a seconda delle esigenze di copione, testo o sceneggiatura, in tal caso viene denominato “in costume”. Il mio lavoro di costumista consiste nel trovare (in comune accordo con il regista) un assetto visuale che corrisponda alle richieste ed ai bisogni di volta in volta necessari. Non esistono regole per determinare se un costumista sia “bravo” o meno… questo è assolutamente soggettivo e dipende dal grado di comprensione, collaborazione, amalgama tra il costumista ed il regista. Un costumista che possa essere ritenuto “bravo” da un regista, per un altro può essere considerato “un cane”, dipende tutto dall’intesa. Vi sono diverse scuole di pensiero nel realizzare dei costumi e questo ha determinato varie correnti e varie tipologie e visioni diverse, per cui se da un lato può essere apprezzata la minuziosa ricostruzione storica, dall’altro è altrettanto pregevole un lavoro di invenzione e di interpretazione e in ogni caso il risultato è sempre soggetto all’approvazione di un regista che è il solo ed unico arbitro e responsabile dell’opera che sta attuando, sia essa cinematografica come teatrale.\r\n\r\nCinema, opera, teatro, televisione: dove ritieni di riuscire ad esprimerti al meglio? C’è un lavoro che ti ha divertito più di altri? Sono mondi completamente diversi e con diverse esigenze. Il teatro e l’opera hanno bisogno di una visione di impatto e di comprensione da lontano, oltre che di una concezione di gruppo e di massa nel caso di cori, è importantissimo il colore e la possibilità di riconoscere un personaggio immediatamente, il cinema va nel dettaglio minuzioso perché la macchina da presa è impietosa e vede tutto, la televisione ha delle esigenze ancora diverse, bisogna curare molto tutta la parte alta della figura perché è difficile che nel piccolo schermo si possano percepire dei dettagli in un campo lungo. Personalmente io preferisco sempre lavorare con “l’epoca” perché mi dà modo di esprimermi meglio dal punto di vista creativo… posso citare per ogni settore un lavoro che mi è stato particolarmente caro, ad esempio per il cinema ho avuto grosse soddisfazioni con “Un tè con Mussolini” di Franco Zeffirelli, per l’opera mi sembra di aver fatto un buon lavoro in un edizione del “Nabucco” alla rocca di Masada per la Israeli Opera, mentre per quanto riguarda la televisione mi sono abbastanza divertito facendo i costumi di una serie americana sull’antica Roma, che si chiamava “Empire” e che in Italia è stata trasmessa su Sky.\r\n\r\nI costume designers italiani da sempre sono apprezzati e premiati in tutto il mondo, secondo te da cosa dipende? I costumisti italiani hanno la grande fortuna di essere nati in un paese dove il background culturale può (avendo voglia di studiarlo) essere estremamente ricco e pieno di suggerimenti ed ispirazioni. Basti pensare alla nostra pittura, alla nostra scultura, alla quantità enorme di opere d’arte che fanno parte dei beni culturali italiani. Voi mi direte, ma allora i Francesi? Hanno altrettanto materiale a disposizione… però al di là di tutto ciò è anche vero che in Italia fino dagli anni in cui il costume teatrale e poi cinematografico ha avuto la sua affermazione, si è sviluppata una sorta di gusto artigiano e di modo di fare costume, un po’ come una bottega artigiana del rinascimento. Sembrerebbe una facile scorciatoia per spiegare il problema, ma è esattamente questo lo spirito con cui si sono formati i più grandi costumisti italiani che hanno saputo sommare al gusto e alla conoscenza, una certa artigianalità e una certa abilità prettamente manuale se vogliamo, che il mondo ci invidia. In fondo “l’arte di arrangiarsi” a volte serve anche ad affrontare situazioni creative e di certo il costume è una tra le più creative delle arti.\r\n\r\nAlta definizione, computer grafica, nuovi materiali e tessuti, i cambiamenti della moda e del gusto. Le nuove tecnologie e i costanti mutamenti aiutano o complicano il tuo lavoro? Lo aiutano moltissimo, io stesso lavoro da più di 10 anni ormai con il regista Paolo Miccichè con il quale mettiamo in scena spettacoli con scenografie virtuali, vale a dire proiezioni su supporti semi scenografici o su architetturale. In questo caso il costume diventa egli stesso schermo su cui proiettare stati d’animo e situazioni e il supporto è la figura umana. Nel 2002 sono stato tra i primi ad utilizzare le fibre ottiche applicate al costume, per un’edizione di Aida alla Washington Opera, le fibre ottiche sono un materiale molto affascinante ed offrono molteplici interessanti soluzioni, hanno qualche limitazione di utilizzo, ma il risultato è a volte sorprendente. La moda ha in verità poco a che fare con il costume inteso in senso storico, anzi, la cosiddetta modernizzazione del gusto spesso va contro ai dettami del costume così come dovrebbe essere inteso. Nel senso che ad esempio nelle produzioni odierne dove si richiede un’ambientazione di costume storico, si tende sempre di più a cercare di interpretare in maniera “corrente”, un’immagine che invece richiederebbe un certo rigore filologico. Non siamo più abituati a vedere delle donne pettinate con i capelli raccolti, anzi, questo tipo di acconciature fanno “vecchio” per cui sempre di più nelle nostre fiction e nei nostri film in costume di oggi c’è una profusione di ragazze spettinate e coi capelli al vento… cosa che fino agli anni Venti del Novecento, succedeva solamente se la ragazza era di facili costumi o di alquanto chiacchierata reputazione.\r\n\r\nSul palco o sul set la collaborazione e la convivenza con altri artisti è d’obbligo. Da sempre il reparto costumi si trova esattamente al crocevia fra regia, troupe, cast e produzione. Chi fa più capricci? I capricci a loro modo li fanno tutti, chi per una ragione, chi per un’altra. Ognuno ha la propria idea ed ognuno tende a perseguirla, per cui ognuno si attacca dove può e difende i propri convincimenti. Dal punto di vista del costume dipende sempre dal manico, quindi dal regista, per cui se un direttore della fotografia si lamenta perché non riesce ad illuminare un’attrice che porta un grande cappello, se il regista ritiene che il cappello sia fondamentale, il cappello rimane, altrimenti se la personalità del regista è più debole di quella del direttore della fotografia, il cappello vola via. Un’attrice che si vede grassa e che magari lo è, ma vuol essere magra, può essere un grosso problema, un attore che non è fisicamente prestante ma che invece lo vorrebbe apparire è anche questo un problema, il costumista sta nel mezzo e cerca di mediare delle nevrosi e delle insicurezze che a volte sono indice di scarsa professionalità.\r\n\r\n

\r\n\r\nRubrica ed intervista a cura di Alessandro Bertolucci

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