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Due chiacchiere con… Alessandro Bertolucci

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Incontriamo oggi Alessandro Bertolucci, attore che concilia in sé bravura, bellezza, senso di responsabilità e rispetto nei confronti del lavoro che compie. Una panoramica sul mondo del cinema e qualche spunto su quello televisivo è ciò che ci ha regalato in questa interessante chiacchierata…\r\n\r\nTu hai lavorato sia in Italia sia all’estero. Quali le differenze di visione sul cinema tra noi e il resto del mondo?\r\n\r\nLa domanda potrebbe richiedere una risposta molto articolata, poiché la visione di un Paese sul cinema è la conseguenza di una serie di eventi storici e sociali che hanno influenzato il concetto stesso di cultura in quel Paese. Ma cercherò di essere breve e diretto. È inutile fare il paragone, per altro senza senso, con gli U.S.A. È questione anche di dimensioni, e le dimensioni, credetemi, contano. Ho lavorato con professionisti da ogni parte del mondo e ho girato film e serie tv in posti che mai mi sarei sognato di visitare, ma la realtà della Polonia, essendo una delle mie esperienze più recenti, è quella che mi ha fatto riflettere ultimamente sulla condizione del cinema italiano. Là, per esempio, il cinema con i suoi addetti ai lavori è un’arte, e se tu fai cinema sei un artista, un intellettuale; ma questa visione per loro comporta anche delle responsabilità, per esempio quella della preparazione e dello studio. Gli attori e i professionisti del settore in genere sono tutti preparatissimi, fanno scuole, corsi di aggiornamento, workshop. Vi metto una pulce nell’orecchio per far meglio comprendere la differenza e le implicazioni: guardate qualche film americano, guardatelo fino ai titoli di coda e vi accorgerete come i professionisti polacchi (direttori della fotografia, registi, tecnici e attori) abbiano conquistato il mercato americano grazie alla loro preparazione. Noi viviamo ancora nel mito del neorealismo, e ciò che sforniamo sono i cinepanettoni, sempre più spesso. E il gusto del pubblico si adegua. Il cinema da noi non riesce più, se non in rari casi, ad essere arte cinematografica, ma neanche industria, se non nel classico filmetto dozzinale di Natale.\r\n\r\n \r\n\r\nHai lavorato con i più grandi del cinema come ad esempio Franco Zeffirelli. Che ricordo conservi di lui? Cosa ti ha lasciato?\r\n\r\nFranco Zeffirelli è un artista a 360° che conosce profondamente il cinema e ogni sua componente. Il suo gusto estetico, la sua esperienza di vita e professionale fanno di lui un personaggio unico nel suo genere. È inoltre uno degli ultimi divi italiani riconosciuti all’estero. Io ho lavorato con lui in “Callas Forever”, era il 2001 e in quell’occasione sono rimasto colpito dal suo modo di lavorare sul set: era come se dipingesse, come se davanti avesse una tela, un quadro da comporre. Ma allora non potevo dire di conoscerlo. Sono passati tanti anni e in questo tempo ho conosciuto il suo lato umano: il set è uno spazio e un momento estremamente sotto pressione, si pensa solo al lavoro e così anche le relazioni interpersonali risultano alterate o esasperate nel bene o nel male. Quando possibile, ci vediamo, parliamo, o meglio, lui parla io ascolto, perché che cosa volete che sia la mia storia rispetto alla sua, e così faccio tesoro di aneddoti e consigli unici.\r\n\r\n \r\n\r\nQuanto una scuola di cinema prepara realmente alla vita sul set?\r\n\r\nUna scuola di cinema prepara moltissimo alla vita sul set, ma principalmente ti insegna il valore del lavoro e della fatica. Al Centro Sperimentale di Cinematografia, che io ho frequentato, prima di tutto ho imparato l’umiltà, ho capito che il talento va affinato, che professionista si diventa, che chi lavora nel cinema non è sempre raccomandato ma che anzi ci sono centinaia di grandi, eccelsi lavoratori che finiscono schiacciati dalla pratica ormai costante e sistematica della raccomandazione. Nei Paesi dove un percorso di studi serio è richiesto, quasi obbligatoriamente, per entrare nel mondo del cinema le raccomandazioni diventano pressoché inesistenti. L’ho imparato sulla mia pelle.\r\n\r\n \r\n\r\nTu hai lavorato anche in fiction come Un medico in famiglia. Cosa implica la serialità nella crescita del personaggio?\r\n\r\n”Un medico in famiglia” è una delle serie storiche della Rai, e lavorare in questa serie ha significato entrare in una produzione molto ben rodata, in cui tutti si conoscono e ogni reparto lavora con precisione metronomica. Solo così è possibile realizzare 20 e più episodi in otto mesi di riprese circa. Dal punto di vista del personaggio, la crescita può essere enorme come anche nulla. Mi spiego: la serie fa riferimento ad un proprio pubblico che è abituato ad un certo tipo di prodotto. Se la produzione intende investire in un personaggio, questo cresce, se invece il personaggio non rientra in ciò che si ritiene sia funzionale o consono alla serie ed al suo pubblico, il personaggio “stagna” o viene eliminato. Io non sarò nella settima serie di “Un medico in famiglia” perché ho ritenuto che il personaggio non sviluppasse sufficientemente.\r\n\r\n \r\n\r\nQuanto l’attore di suo dà nel personaggio che va ad interpretare?\r\n\r\nDipende dal talento dell’attore ovviamente, ma anche dal tipo di personaggio che l’attore si trova ad interpretare. Ci sono personaggi che si avvicinano alla personalità, alle “corde” dell’interprete, mentre altri sono molti distanti da noi. Il percorso che porta all’interpretazione è molto personale, ogni attore ha il suo “metodo”. Io studio: mi documento, ma principalmente leggo e rileggo la sceneggiatura per cercare (e non sempre ci riesco) di capire le sfaccettature del personaggio, di cogliere le differenze e le similitudini con me. Alla fine il personaggio nasce dall’incontro fra ciò che è stato scritto e ciò che io, dopo avere rimuginato il tutto, posso offrire. Sperando di non fare una schifezza.\r\n\r\n Intervista di Sara Missorini\r\n\r\nFoto:  Akpa, Glinka Agency, Tatiana Jachyra, Alessandro Bertolucci\r\n\r\n

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