Home Interviste Due chiacchiere con… Corto

Due chiacchiere con… Corto

59
SHARE

Nella vita ho fatto veramente tante interviste, ma questa mi sembra la più folle della mia non brevissima carriera. Se c’è una persona alla quale non so dire di no, per più di una ragione, è il commissario Vincenzo Biagini. Mi è venuto a prendere a casa. Ha citofonato e con il suo tono che non ammette repliche mi ha intimato di scendere. Scuotendo la testa sono montata sul suo fuoristrada; nonostante sappia che detesto che fumi in macchina, si è acceso credo la decima sigaretta della giornata a giudicare dal pacchetto e ha preso il Viale dei Tigli. Per poco non finiamo con le ruote nel fosso. Dopo una serie di inspiegabili raccomandazioni mi ha chiesto, o meglio mi ha imposto, di fare un’intervista al suo amico Corto, perché gira voce che abbia scovato un libro che sta già facendo parlare di sé. Biagini è troppo orgoglioso per farsi vedere interessato alla lettura così ha chiamato la sua amica ‘secchiona’. Quando gli ho detto che poteva anche farsi aiutare dalla Iole Cantarello, mi ha assicurato che neppure lei era riuscita a cavarne un ragno da un buco… Scettica entro da Pippo, locale veramente suggestivo, diciamo così, spero solo che Corto ci sia e che faccia finta di nulla, se Biagini sapesse che a Corto il libro gliel’ho passato io non oso pensare…\r\n\r\nEntrati nello chalet, noto Corto in un angolo. Sta leggendo inequivocabilmente il libro con un falco su un angolo della copertina: sì, non ci sono dubbi, è Nova tempora l’ultimo giallo di Oscar Montani, la mia copia… Alza la testa solo per bere un sorso di un liquido dal colore opaco e incerto, mi sorride e capisce al volo la situazione. Biagini m’aveva avvertito: “Solo analcolici!”. Secondo lui i cocktail di Pippo erano peggio di Mr Muscolo, il disgorgante gel. Ci avviciniamo guardinghi. Dopo i saluti, scansiamo il pirone appoggiato sul banco dove fa mostra di sé la terrificante bevanda; s’accetta due Sanbitter, alla bottiglia e tiepidi (peggio di così!), ma rossi e trasparenti. Prendo in mano il libro.\r\n\r\nE.: “Vedo che ti documenti su tuo fratello maggiore!” Esordisco nel tono più naturale che riesco a trovare.\r\n\r\nC.: “Fratello? Io sono figlio unico da una vita, Elena, lo dovresti sapere!”\r\n\r\nE.: “In senso letterario, siete tutti e due figli di Oscar Montani.”\r\n\r\nC.: “Me, mi ha solo adottato! L’ho lasciato fare, in fondo mi tratta ammodo.\r\n\r\nPippo (da dietro il banco): “Altroché, t’ha messo su un piedistallo e tu ci godi! Da quando è uscito il primo romanzo tu vai in giro tronfio che sembri una polena!”\r\n\r\n(Risatine sommesse da dietro).\r\n\r\nC.: “Oh Pippo, da che io fo la polena, visto che vengono qui pe’ vedermi, tu hai venduto il doppio! Scusa, qui si divaga, come sempre del resto. Allora si diceva …”\r\n\r\nE.: “Di tuo fratello letterario e collega Bertuccio. Che te ne pare?”\r\n\r\nC.: “Collega già va meglio, un bravo detective, anche se…”\r\n\r\nE.: “Anche se?”. Incalzo scorgendo con la coda dell’occhio il volto accigliato del commissario\r\n\r\nC.: “Anche se, bisogna far dei distinguo. Difficile far paragoni, il primo problema. Allora, era campare. Quelli di Bertuccio erano di sicuro tempi grami, lui sembra uno che sa come muoversi, ma faceva il fabbro, un’arte pratica, materiale e creativa, come… la mia. Te Biagini,- dice rivolto a Vincenzo – per esempio, o Ginko, abituati a scaldare una sedia, vi perdereste in due giorni. Campare ai tempi di Bertuccio? Io solo, forse, potrei!”\r\n\r\nE: Certo, tu fai il detective, ma è un mestiere difficile: pensa farlo nel Rinascimento!\r\n\r\nC.: “Prima di tutto io “sono” detective e “faccio” lo skipper. Questa la mia forza: di gente che sapeva reggere il timone ce n’era bisogno anche allora. Oggi, se capita che qualcuno della Polizia o della Benemerita ha bisogno di una mano… io l’aiuto. Non lo so mica se l’avrei potuto fare anche a quei tempi. A leggere queste storie, Bertuccio ha parecchio coraggio. Se io scopro un assassino, magari lo fo’ arrestare da Miglietta o, caso mai, proprio se non ne potessi fare a meno, da Biagini. Ma Bertuccio? Ci avete pensato? Scopre un assassino e deve stare attento, ché magari lo infilzano. Di certo a quei tempi doveva essere un bel casino andare a mettere il naso negli affari dei potenti e gli affari erano tutti dei potenti.”\r\n\r\nE.: “Anni difficili: Mala Tempora appunto. Anni di transizione, d’incertezza e di timori per il proprio futuro “prossimo”. E’ così anche in Nova tempora?”\r\n\r\nC.: “Mi sembra ci sia poco cambiamento. Per gente sopravvissuta alle pestilenze l’orizzonte temporale era davvero molto breve: magari l’avevi scampata e t’aspettavano in un androne coi pugnali! Con Nova tempora il cambiamento di fatto non sembra ancora avvenuto, anzi. Con la guerra e la Repubblica del Savonarola i delitti erano più frequenti, soprattutto le vendette politiche. Ma anche quelli comuni erano in aumento perché, diciamo, “praticati” senza troppa paura per la punizione. A causa della regressione, dovevano essere anche più oscuri di prima.”\r\n\r\nE: “Tu, l’hai detto, sei skipper, che ne pensi di un protagonista che è fabbro?”\r\n\r\nC.: “Bertuccio è maestro dell’arte dei fabbri. Arte minore delle corporazioni di arti e mestieri di Firenze. Arte tenutaria di elevati contenuti tecnologici: trasforma il ferro in acciaio. In qualche modo è border line con l’alchimia, sul lato non oscuro e certo molto più scientifico. La combinazione del carbonio col ferro per ottenere acciaio attraverso passaggi dosati nei tizzoni, sull’incudine e poi nell’acqua richiede conoscenze approfondite sulla materia (in fondo fuoco, acqua e terra …). Le conoscenze dei fabbri sono in evoluzione: armature resistenti alle armi da fuoco, macchine, cannoni, archibugi… Nova tempora appunto. Bertuccio ha le potenzialità per rappresentare l’uomo nuovo del Rinascimento, inoltre sa leggere e conosce le opere di Boccaccio e di Dante. Addirittura a mente, come mio nonno che diceva: “Chi sa racconti e chi non sa ascolti!”. Era un dovere. All’epoca si mandava a mente Dante per raccontare la Commedia agli altri che non sapevano leggere, i quali spesso memorizzavano: tradizione orale.”\r\n\r\nE.: “Mastro Bertuccio è in rapporto con le cose e con le persone: un detective ideale.”\r\n\r\nC.: “Ha anche una dote in più: sa ben usare la retorica, appresa dal priore (suo maestro di lettere) della chiesa principale del paese: l’insigne Collegiata. Bertuccio, anche se non sa il viareggino farebbe la sua figura anche qui. E’ mosso da ambizione, non di potere, di sapere. Bertuccio fa volentieri il fabbro, ma soprattutto lo motiva la forgiatura delle spade e ambirebbe a trasferirsi a Toledo. Questo per farti capire come la sua mente sia aperta anche nell’aspetto geografico…”\r\n\r\nE.: “Quando riemergono le superstizioni o i timori del medioevo, Bertuccio come reagisce?”\r\n\r\nC.: “Queste reazioni si manifestano soprattutto davanti alla morte. I delitti raccontati da Bertuccio appaiono misteriosi e particolarmente efferati. La gente non capisce. Subito affiorano le superstizioni: forze diaboliche, la magia nera, i sabba… C’è chi ci crede ancor oggi, figuriamoci allora, in un paese immerso nel contado di Firenze; città allora “lontana” 50 chilometri: più di dodici ore a piedi.”\r\n\r\nBertuccio no, non è nemmeno sfiorato dal dubbio. È uomo del suo tempo, ma cerca sempre una “ragione” alle cose. S’informa, chiede, approfondisce; in altre parole indaga. Dove non può arrivare da solo mette in gioco gli amici. Lo speziale e il cerusico rappresentano la sua “sezione scientifica”.\r\n\r\nUna voce robusta, quella de Il Bestia, inconfondibilmente grezza, commenta: “Come me e Teddi per te!”.\r\n\r\nCorto si volta: “Ragazzi si sta a parlare di Bertuccio, non della mia Corte dei miracoli. Zitti!”\r\n\r\nPippo, mentre asciuga un bicchiere sghignazza: “Non disturbate la star, oh che non lo capite che questa giornalista lo intervista?” Dopo alcuni scambi di “vaffa”, posso riprendere.\r\n\r\nE.: “Ci sono anche dei personaggi storici di passaggio, che gli danno una mano utilizzando le loro competenze specifiche. Questi personaggi famosi, come si pongono nelle storie?”\r\n\r\nC.: “Mi sembrano presenze “possibili”. Montevarchi è terra di confine e di passaggio. Da lì, venendo da Firenze, s’andava a Roma. Oppure venendo dal sud si raggiungeva Firenze. In quel periodo Luca Pacioli, insigne matematico, passò da Montevarchi per andare a Milano all’Università. Michelangelo passò (cercava di sfuggire alle fissazioni di Piero dei Medici) per andare a Roma. Marsilio Ficino aveva casa a Figline Valdarno; negli ultimi anni della sua vita (anche lui non amava Piero) lasciata Careggi, vi si ritirò. Non vado oltre, ce ne sono altri, soprattutto in Nova tempora ma non vorrei anticipare troppo.\r\n\r\nQuesti personaggi si pongono gregari a Bertuccio. Non tutti volentieri, ma la forza del metodo e delle idee di Bertuccio presto li trascina. Il loro contributo è sempre decisivo, anche se il ragionamento induttivo (dovrei dire l’abduzione, ma ancora non era stata inventata!) è tutto del nostro giovane fabbro.”\r\n\r\nE.: “Vedo che la storia t’interessa: la presenza e la posizione di Bertuccio rispetto alla struttura del giallo storico quanto sono diverse?”\r\n\r\nC.: “Molto e, credo, volutamente. Questa moda di far indagare i personaggi famosi mi ha sempre disturbato un po’: credo che il mio babbo “letterario” abbia voluto prendere le distanze ribaltando i ruoli. Nelle storie di Bertuccio chi conduce la danza è un semplice artigiano, un tecnico proiettato nel futuro, un uomo che non ha legami col passato e che intuisce il progresso in atto. I personaggi famosi (più di lui radicati nel medioevo) lo assecondano, lo aiutano, ma non sono loro gli agenti del cambiamento. A volte, addirittura, non capiscono neppure bene quello che fanno.\r\n\r\nBertuccio fin dall’inizio è combattuto tra il desiderio di scoprire la verità e l’aspirazione di sviluppare la sua arte. E’ per questo che capisce presto una cosa: la verità è scomoda per lui e poco gradita ai potenti. Oltre che ai fatti storici, credo che Oscar abbia tenuto conto del libro Capitalismo e civiltà materiale di Fernand Braudel. Lo storico francese descrive una società a strati: facile attraversarla longitudinalmente, molto difficile bucare il solaio e salire in verticale. Bertuccio scopre presto che svelare i misteri del livello superiore non procura meriti, ma attira le punte dei pugnali nascosti nell’ombra. La stessa cosa sarebbe successa a Machiavelli o a Leonardo ed infatti, a quanto ne sappiamo, se ne sono guardati bene di mettere a nudo le magagne di potenti, reali o potenziali, mecenati. Acquisita questa consapevolezza, Bertuccio si “rifugia” nella sua arte, ma non basta: lo vogliono far fuori lo stesso!”\r\n\r\nE.: “Tu, oltre che detective, sei anche lettore, hai individuato precedenti letterari che sono di riferimento?”\r\n\r\nC.: “Per quanto ne so, direi di no. In realtà credo che Oscar sia influenzato da Theodore Mathieson. Pubblicò nel 1959 The great “detectives” con prefazione di Ellery Queen. La Mondadori nel 1961 lo editò in Italia con un titolo orribile: Quando il genio indaga. La traduzione era di Luciano Bianciardi il quale, nonostante fosse di Grosseto, era una delle massime personalità letterarie e culturali della seconda metà degli anni cinquanta. Ci sono raccontate undici indagini fatte da Alessandro Magno, Leonardo da Vinci, Hernand Cortes… quando lo lessi mi affascinò parecchio, ma ero un bimbo, avevo solo sedici anni. Ripreso in mano dopo essermi immerso ne Il nome della rosa di Umberto Eco, mi fece arrabbiare. Che ne sapeva costui del modo di ragionare di Leonardo da Vinci o di quello di Cervantes? Mi innervosì ancora di più Margareth Doody che, ispirandosi a Mathieson, cominciò a proporci Aristotele detective con innumerevoli sequel. Solo che passare da racconti di 15 pagine a tomi di 350 pagine è una vera e propria violenza! Non solo al lettore, anche al personaggio. A sentire lei Aristotele passava il suo tempo a fare miss Marple, altro che filosofia! Le storie di Bertuccio sono strutturate in modo opposto, anzi contrapposto, a quelle della moda ormai dilagante. Oscar Montani punta i riflettori sull’uomo non sul genio che viene sempre osservato nei suoi comportamenti quotidiani, in un momento di difficoltà (Leonardo) o di crescita (Michelangelo, Machiavelli).\r\n\r\nE.: Bertuccio, in Nova tempora, indaga anche in Versilia, lo senti più vicino?\r\n\r\nC.: Più che altro gli sono vicino col cuore. Ci pensi? Esule a Pietrasanta in mezzo ai francesi che stanno per vendere la città ai lucchesi! Pietrasanta la conosco bene, certo che allora Viareggio non c’era, era solo un’idea dei lucchesi. C’era il porto del Motrone, ma non funzionava. I lucchesi lì non riuscivano né esercitare controllo, né a riscuotere le gabelle: una disgrazia questa! Se ci fossi stato, come marinaio, anch’io avrei fatto il contrabbandiere di marmo e anche di bronzo. Mi sa che sarei stato dall’altra parte, ma forse, visto che ci son di mezzo i lucchesi, ragiono troppo da viareggino. Alla Rocca dei Malaspina a Massa poi, come ci arriva lassù un marinaio? Mah non saprei proprio, sta di fatto che uno dei protagonisti principali è uno sparviero… alla Perini avranno mica fatto il Falcone Maltese apposta?\r\n\r\nAlzo le spalle, mi sa che ha ragione Corto, lo guardo negli occhi, oramai nello chalet tutti si sono seduti ad ascoltare la nostra chiacchierata e persino Vincenzo ha dovuto desistere dalla sua posa da bel tenebroso e si era è trovato una seggiola per mettersi comodamente ad ascoltarci. Sono sicura che usciti da qui mi fa fermare alla Vela e se ne compra una copia, anzi se lo conosco bene posta me alla Vela, mi fa comprare il libro e poi pretende che glielo presti… e sia così, farò contento il mio amico Oscar Montani…\r\n\r\nDi: Oscar Montani ed Elena Torre

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here